Omicidio a Varese: «Daniele ucciso dal papà, un dramma senza avvisaglie. È avvenuto l’impensabile»




di Cesare Giuzzi

Parla il procuratore capo Daniela Borgonovo: «Dopo la denuncia della madre per lesioni era scattato il Codice Rosso, ma poi nessun’altra violenza. Le donne non devono perdere la fiducia nella giustizia»

Dottoressa Daniela Borgonovo, due settimane dopo la tragedia del piccolo Daniele si è capito cosa non ha funzionato?
«Non c’è nulla che non abbia funzionato dal punto di vista processuale. Sono circolate in proposito molte false notizie e sono state espresse considerazioni prive di ogni logica, anche da qualche tecnico che non ne aveva titolo».

Il ministero della Giustizia ha avviato un’ispezione sulle procedure che hanno portato il papà , ora accusato dell’omicidio e dell’aggressione alla moglie, ad incontrare il figlio nonostante fosse ai domiciliari.
«Nelle sedi competenti è in corso ogni necessario accertamento sull’accaduto. Per prima cosa però mi consenta di esprimere, ancora una volta, il dolore ed il sentimento di solidarietà con la madre di Daniele che tutti noi proviamo da quel tragico giorno. È una vicenda che ci ha sconvolto e che ha colpito tutto il territorio, mi creda. Anche perché abbiamo investito tantissimo al fine di favorire l’emersione dei reati di violenza di genere e domestica».

È preoccupata?
«Tutti noi siamo preoccupati. Temiamo che la fiducia nella rete di protezione che abbiamo creato, soprattutto per le donne e i bambini maltrattati, possa diminuire. Con effetti devastanti».

Quali?
«Che le nuove vittime si sentano sole. Che siano spinte verso una solitudine cui, invece, devono e possono essere sottratte. Non devono perdere la fiducia nella giustizia. Non c’è solo la magistratura, ma una intera rete intorno».

Il padre del piccolo Daniele era ai domiciliari per aver aggredito un collega. Davvero non era prevedibile un gesto simile?
«Ove la sua responsabilità fosse definitivamente accertata, dovrebbe prendersi atto, con rammarico ma con realismo e con logica, che è accaduto un fatto impensabile, del quale non c’era stata la minima e specifica avvisaglia».

La moglie aveva denunciato di essere stata picchiata?
«Nel contesto di una separazione conflittuale, Paitoni, che era privo di precedenti e che mai aveva usato in famiglia la minima violenza, è stato denunciato nella primavera scorsa dalla moglie e dal suocero, relativamente a fatti di percosse reciproche, produttive di lievi lesioni».

Ma non è scattata la procedura del Codice rosso.
«Non è così. La denuncia è stata trattata come Codice rosso e applicata la procedura prevista dalla legge n. 69 del 2019 e dalla mia direttiva organizzativa: iscrizione immediata nei Registri, indagini tempestive, audizione della vittima, anche se non si è ipotizzato un reato di maltrattamenti. La coppia era seguita da due legali che avevano concordato l’affidamento provvisorio del figlio con la possibilità di incontri con il papà, ed ancora non aveva avviato alcuna procedura giudiziale di separazione. Nessuna notizia di ulteriori violenze è mai pervenuta. E posso anticipare che non ve ne erano state».

La mamma di Daniele era seguita da un centro antiviolenza?
«Frequentava il locale Centro antiviolenza, secondo il percorso tracciato dal nostro Protocollo per le donne che subiscono violenza e si presentano al pronto soccorso. Il centro non ha rilevato o segnalato una situazione di rischio. Insomma, in relazione a quei fatti, non c’era possibilità giuridica né logica giustificazione per provvedimenti cautelari. Le indagini preliminari erano ormai vicine alla conclusione».

Poi c’è stato l’accoltellamento del collega e l’arresto di Paitoni.
«Un grave reato di violenza, in un contesto che non aveva collegamento con la crisi familiare. Su richiesta di questa Procura, l’uomo era agli arresti domiciliari, e il giudice, ritenendo che ci fosse pericolo di inquinamento delle prove, gli aveva interdetto contatti con ogni persona diversa dai familiari non conviventi».

Erano stati autorizzati gli incontri con moglie e figlio?
«In seguito è stato rappresentato che i familiari più stretti vivevano altrove e che sarebbe stato inutilmente afflittivo inibire all’uomo di vedere il figlio. Il giudice, accogliendo l’istanza, ha rimosso il divieto. Da quel momento, e senza il minimo segnale di allarme, il padre ha continuato a vedere regolarmente il bimbo in casa propria, secondo gli accordi presi con la mediazione dei legali. Da ultimo nei giorni di Natale, prima del tragico e stupefacente episodio di Capodanno».

Prima di guidare la procura di Varese lei s’è occupata come pm di violenze e tutela delle fasce deboli.
«Sì e proprio per questo la vicenda del piccolo Daniele è per me ancora più dolorosa. Da quando sono qui sono state impegnate grandissime risorse per garantire l’efficacia della risposta giudiziaria e sociale agli episodi di violenza, concentrando il più possibile le indagini nel tempo e nello spazio, in modo che l’esperienza del processo sia vissuta dalle vittime nel modo meno traumatico e per il periodo più breve. Dal 2017 è stato istituito un gruppo di magistrati specializzati, che si avvale di un Ufficio dedicato, diretto da ufficiali di polizia specializzati a loro volta, in costante contatto con ospedali, scuole, Servizi sociali, centri antiviolenza e case rifugio, anche in forza di numerosi protocolli operativi spesso proposti dal mio Ufficio, accompagnati da un’intensa attività di formazione».

Poi è nata la «Casa della nutrice».
«Un luogo unico dove vittime possono denunciare i reati avanti a magistrati e ufficiali di polizia giudiziaria ad alta specializzazione, e trovare assistenza legale, sociale, medica e psicologica, e, se necessario, ospitalità gratuita».

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18 gennaio 2022 (modifica il 18 gennaio 2022 | 07:13)



Fonte: https://milano.corriere.it/notizie/lombardia/22_gennaio_18/omicidio-varese-daniele-ucciso-papa-dramma-senza-avvisaglie-avvenuto-l-impensabile-33f3dd9a-77c3-11ec-9b84-15d17d060c69.shtml