Dal servizio civile agli incontri nelle scuole: come rendere la disabilità un fatto normale

 Mi chiamo Marco Solci e tra il 2001 e 2002 ho fatto l’esperienza del servizio civile. In quegli anni rappresentava un’alternativa al servizio militare e, siccome mi è sempre piaciuto aiutare le persone, ho preferito il servizio. Sono stato assegnato alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) e durante l’anno di servizio civile mi sono trovato molto bene ed è stata un’esperienza bellissima. Alla fine di quell’anno, l’associazione cercava una figura da assumere che rappresentasse un riferimento più stabile. Mi sono offerto per l’incarico e ho cominciato a lavorare per l’associazione. Come prima esperienza ho partecipato a un viaggio, accompagnando una persona disabile in carrozzina. Per una persona non deambulante, organizzare un viaggio è sempre complicato perché ci sono molte cose da pianificare, come per esempio muoversi col furgone, trovare posti accessibili … Insomma, è un po’ come una missione e, quando va tutto bene e la persona disabile è contenta, è molto appagante.

Fare il servizio civile in un’associazione non è una cosa utile solo all’associazione; è utile anche a te stesso, perché è un’esperienza che insegna tanto e aiuta a superare dei preconcetti sulla disabilità; insegna ad accettare in modo molto più spontaneo e naturale la diversità in generale. Prima di fare il servizio civile con la UILDM, non avevo mai avuto alcun contatto con persone in carrozzina e con delle difficoltà fisiche. Il servizio civile mi ha insegnato un approccio: dove c’è un problema, si risolve, dove c’è una difficoltà, si trova il modo di superarla. È un’esperienza che mi ha fatto crescere molto a livello personale, è stato uno scambio reciproco, non unidirezionale, perché tu aiuti ma allo stesso tempo vieni aiutato. L’associazione aveva due squadre di powerchair hockey (hockey in carrozzina). Ero tifoso e, a volte, durante gli allenamenti mi sedevo su una carrozzina e giocavo anch’io. Insomma, ero già molto coinvolto quando ho deciso di fare per tre anni l’allenatore. Era già da un po’ che volevo mettermi alla prova; avevo visto tante partite quindi conoscevo il gioco. E’ stata un’esperienza che ho fatto volentieri, che mi è piaciuta molto anche se è stata molto impegnativa a livello di tempo e di energie. Non ci si occupa solo degli aspetti tecnici del gioco, ma anche di sistemare le carrozzine, guidare i furgoni, montare il campo, condurre gli allenamenti, curare le relazioni con e fra gli atleti… 

Nel mondo molto spesso non si è attrezzati per le carrozzine che vengono viste come impedimenti; infatti, se una carrozzina incontra un gradino, per la carrozzina quello è un ostacolo. Ma se non ci fossero gradini e tutto fosse accessibile, neanche la carrozzina stessa sarebbe più un impedimento. Nel campo da hockey la carrozzina si trasforma da impedimento a strumento per giocare. Questo sport è stato costruito, pensato e affinato nel tempo per permettere a chi utilizza la carrozzina elettrica con patologie gravi di praticare lo sport. Dentro al campo la dimensione è quella della carrozzina; anch’io, quando gioco prima degli allenamenti, mi siedo sulla carrozzina, proprio perché la carrozzina è la dimensione giusta in quell’ambiente e diventa normale utilizzarla. Una cosa molto bella che ho notato è che, quando i ragazzini più piccoli iniziano ad utilizzare una carrozzina elettrica, normalmente sono abituati ad essere sull’unica carrozzina in mezzo a tante persone in piedi. Invece in campo è il contrario e sono le persone in piedi che si devono abbassare. Questo rovesciamento di ruoli aiuta ad accettare meglio la propria disabilità e per alcune ore si mettono da parte i problemi e quasi ci si dimentica di essere disabili.

Si avvia un processo mentale che ti aiuta a capire che, anche se sei su una carrozzina ma ti organizzi un po’ meglio la tua vita, puoi comunque fare tante cose. Noi dobbiamo promuovere una cultura sociale di fronte alla disabilità e comunicare che la carrozzina è uno strumento qualsiasi, come la macchina. Nessuno ha problemi a vedere una macchina in giro e allo stesso modo dovrebbe essere vista anche la carrozzina. Se si riuscisse a rendere accessibili tutti gli spazi in città e si vedessero più carrozzine in giro, le persone cambierebbero sguardo nei confronti della disabilità. Quando con la UILDM aderiamo a progetti con le scuole, nelle classi in cui c’è un bambino in carrozzina si vede che i compagni sono già abituati, infatti sono pronti a dare una mano al compagno perché, avendolo visto sempre tra loro, non si fanno alcun problema davanti alla sua disabilità, che per loro è una cosa normale.

Marco Solci

Molto spesso, nella nostra società, la carrozzina viene vista come un impedimento e non come uno strumento, ma perché? Proprio perché – come dice Marco – le nostre città non sono strutturate bene per chi la utilizza. Infatti, ovunque si trovano gradini, marciapiedi senza rampe, attraversamenti pedonali pericolosi. Il primo pensiero, dunque, che attraversa le persone quando vedono una persona in carrozzina è di compatimento: “Poverino, è in carrozzina”, questo proprio perché la carrozzina viene vista come il simbolo di un ostacolo, invece per noi è lo strumento principale che ci permette di andare in giro, di muoverci ed essere più autonomi. E se rovesciassimo la prospettiva? La carrozzina come una risorsa che ci permette tantissimo e non come l’icona della disabilità … Certo, per fare in modo che le persone considerino la carrozzina uno strumento, una cosa normale, bisognerebbe vederne in giro sempre di più, invece sono molto poche, per i motivi di cui sopra.

Con patologie come la mia, che è progressiva, ad un certo punto la carrozzina diventa un passaggio obbligato e può essere difficile da accettare. Un’esperienza che può sicuramente aiutare in questa fase è iniziare a fare sport, in questo modo sarà più facile pensare: “Non posso più camminare, ma posso fare sport”. In più lo sport permette di incontrare altre persone in carrozzina che, con la loro esperienza, aiutano ad accettare meglio la propria condizione. Se, come avviene nello sport, anche nella vita di tutti i giorni si permettesse alle persone di accedere a tutti i luoghi con una carrozzina, allora sì che la carrozzina verrebbe considerata uno strumento. Altrimenti resterà sempre un impedimento, una cosa negativa ed eccezionale e non funzionale. Marco ci insegna anche che un modo per avvicinarsi al mondo della disabilità, per conoscere meglio le persone che vivono questa realtà, è il servizio civile. Ma io sottolineo che, se l’obiettivo da cui si è mossi è far vedere agli altri che sto facendo una buona azione, è inutile farlo. L’approccio deve essere quello di Marco, non pietistico, ma con l’idea chiara che il servizio ti può arricchire come persona e aiutarti a crescere. Un altro modo per far conoscere meglio la disabilità sono gli incontri che la UILDM organizza nelle scuole, così anche quei bambini e ragazzi che non hanno nelle loro classi compagni disabili saranno comunque sensibilizzati verso queste tematiche. Partendo dai bambini forse la disabilità diventerà una realtà normale, che fa parte della vita di tutti i giorni: i disabili non verranno più visti come degli extraterrestri e i genitori non dovranno più girare il viso dei proprio figlio da un’altra parte quando ne incontrano uno.

Fonte: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/07/02/news/dal_servizio_civile_agli_incontri_nelle_scuole_come_rendere_la_disabilita_un_fatto_normale-308617912/?rss

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