Milano, la moschea abusiva in via Cavalcanti tollerata da sei anni. L’ira dei residenti


Tema: quanto bisogna attendere perché un reato palese, conclamato, pubblico e certificato da anni di sentenze venga «rimosso»? Per trovare la (non) risposta bisogna arrivare al civico 8 di via Cavalcanti, sul fianco Ovest della stazione Centrale, dove il committente dell’associazione che ha trasformato un magazzino in moschea è stato già condannato per l’abuso edilizio, ma i fedeli musulmani continuano a pregare regolarmente, facendo su e giù tra parcheggi e corridoi condominiali, e dove alcuni abitanti stanno provando a vendere il proprio appartamento ma non ci riescono, neppure a un prezzo «stracciato», dunque accettando una perdita secca sul valore del loro immobile (crollo del valore che sarebbe invece annullato se le autorità, le molte coinvolte, «eseguissero» le sentenze).

Divisione degli spazi tra uomini e donne, nuovi servizi igienici, cartelli con gli orari delle preghiere che certificano l’abusivo cambio di destinazione d’uso da magazzino a luogo di culto, assenza di finestre e uscite di sicurezza «che determinano un pericolo per la pubblica incolumità», «modificazione dell’assetto edilizio» che crea un «maggior carico urbanistico», il tutto fotografato e confermato da molte ispezioni della Polizia locale: dopo 6 anni, questo reato è ancor oggi «in atto» con la regolare preghiera del venerdì. Per questo gli avvocati Elisa Boreatti e Gennaro Colangelo, che agiscono su mandato dell’amministratore di condominio Luca Ruffino (Sif Italia) il 18 giugno hanno inviato una diffida al Comune chiedendo «il sequestro dei locali per porre fine alla situazione di palese e conclamata illegalità/illegittimità». Gli stessi legali hanno inviato l’intero incartamento ai vigili del fuoco «per le proprie valutazioni».

Quell’incartamento comprende i documenti sul reato accertato a livello penale in tre fasi di giudizio (primo grado, secondo grado nel 2018 e Cassazione nel 2019), già oggetto di due ingiunzioni del Comune «a desistere dall’improprio utilizzo dell’immobile» (marzo e agosto 2015), in seguito sanzionato dal Comune stesso (nel 2019) proprio per l’inottemperanza a quegli obblighi amministrativi, negli anni inoltre denunciato attraverso una decina di esposti a questura, commissariati e ancora Comune. Il primo esposto alla Procura risale al 2018. A settembre 2019, dopo la sentenza della Cassazione, i legali hanno presentato una nuova denuncia con richiesta di sequestro. Un anno dopo anche sei abitanti dello stabile, siamo a settembre 2020, hanno presentato una denuncia/richiesta «gemella», con «istanza di sequestro».

Ad oggi, l’ultimo procedimento nato dalle denunce risulta aperto, e lo scorso 8 aprile la magistratura ha notificato la sentenza della Cassazione del 2019 a Comune, prefettura e vigili del fuoco. Ma chi, come e quando dovrà procedere al sequestro, se la stessa magistratura a livello penale, se il Comune sul versante amministrativo, o se alla fine (pur se non hanno alcuna responsabilità diretta) i vigili del fuoco per la carenza dei requisiti di sicurezza, resta ancora un mistero.

Nel frattempo, l’associazione che all’inizio aveva trasformato il magazzino (classificato C/2) in moschea di riferimento per la comunità bangladese della zona (Bangladesh cultural and welfare association) ha venduto l’immobile a un’associazione (Milan muslim center) che ha continuato a gestire il luogo di culto abusivo nello stesso modo, ma che giuridicamente è comunque un soggetto diverso. I legali hanno anche chiesto al Comune di inviare atti e diffide alla nuova associazione, visto che venivano ancora mandati alla vecchia.

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26 giugno 2021 | 09:32

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Fonte: https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_giugno_26/milano-moschea-abusiva-via-cavalcanti-tollerata-sei-anni-l-ira-residenti-774f3320-d64f-11eb-94c4-73c6504e8d78.shtml

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