Malika Chalhy, cacciata di casa dai genitori, e la nuova vita a Milano: «Amo una ragazza, ora vivo. Ma per i miei non esisto»


Ancor prima dell’incipit della nuova vita milanese da tre settimane («Abito con la mia compagna Camilla e il nostro cane Frank, cerco un mestiere e vorrei andare all’università, penso a Giurisprudenza, del resto adoravo studiare Diritto anche quando lavoravo in pelletteria per essere autonoma»), nella conversazione con il Corriere Malika Chalhy, 23 anni a luglio, rimane prigioniera della sua vecchia vita. Ma non perché lei, cacciata dai genitori dalla casa di Castelfiorentino dopo aver dichiarato d’amare un’altra ragazza, indugi nei ricordi magari cercando compassione dal prossimo: no, la verità è che qualunque estraneo si avvicini al resoconto delle persecuzioni subìte da madre e padre, pur nella galassia degli abissi umani ha bisogno di farsi ripetere le cose una, due, tre, cento volte.

Una violenza fisica e psicologica, una tortura che non ha interrogato, chiamando all’emersione delle responsabilità, il contesto di Malika — gli altri parenti, e insegnanti, vicini di casa, genitori delle amiche, servizi sociali, forze dell’ordine, in quanto abbondavano i lividi sul volto —; una tortura divenuta «attuale» in coincidenza dell’attacco all’omosessualità.

«Ma forse, credo, iniziò tutto quanto subito, quando nacqui. Non ero desiderata. Punto. C’è stata una costante campagna d’odio. Le botte di mia madre, gli insulti di mio padre. Per ogni pretesto, per ogni scusa, per punire me dei problemi di mio fratello… Io ero sempre e comunque quella sbagliata. A poche settimane dalla maturità, passai uno di quei frequenti momenti post-adolescenziali di difficoltà: non mi alzavo dal letto, uscire dalla camera era già un’impresa… E avevo tutte le materie sotto, dovevo recuperare altrimenti mi avrebbero bocciato. I miei? Zero. Volevo isolarmi dal mondo? Facessi pure. Ne venni fuori per merito di una professoressa che, non senza fatica, riuscì a venire a trovarmi, e avviò un percorso di sostegno con uno psicologo. Dopodiché, chiaro, quando ho dichiarato d’essere lesbica, è stata la fine. I messaggi che ho reso pubblici li hanno letti in tanti, i messaggi vocali che ho diffuso ugualmente. Per loro due, e anche per mio fratello, non esisto. Sono morta e sepolta. Oppure, essendo ancora viva, sperano che crepi. Fossi rimasta, sarebbe successo… Devo ringraziare delle mie amiche se, grazie alla geo-localizzazione con il cellulare, individuarono il punto scelto per suicidarmi. Questione di minuti». La salvarono i carabinieri. Non minuti, ma ormai secondi.

«Ho trascorso anni, anni sul serio, cercando di alleggerire un presunto senso di colpa… Non sapevo cosa avessi combinato, semplicemente perché non avevo combinato niente di male, ma cercavo di apparire trasparente, così magari non mi avrebbero investito di botte. Qualcuno ha tirato in ballo la religione ma a mio padre, nato in Marocco, la religione interessa meno di zero… I soldi che guadagnavo li lasciavo tutti a casa, tenevo solo quelli della benzina per andare in fabbrica. Non tardavo la sera, non portavo persone in famiglia, stavo zitta…». Una sequenza di azioni inutili. «Stanno facendo una battaglia legale per togliermi la residenza dal loro indirizzo. Adoro i cani fin dall’infanzia: ho un trovatello, che era pure stato male. Ma è dai miei e ai miei non posso avvicinarmi… Neanche al mio nonnino».

Il corpo di Malika — 161 centimetri di naturale armonia, è stata cestista e aveva un provino per una squadra di serie A non si fosse rotta un’anca il giorno prima — è una mappa di tatuaggi che rappresentano un documento d’identità, una storia di famiglia. «Qui, vede, ci sono frasi e date di nascita che omaggiano i miei nonni: uno ha 80 anni, mi ha aiutato a oltranza ma ora l’hanno trasferito in casa propria togliendogli il cellulare, così non comunichiamo più. La sua compagna, che è come se l’avesse perso, è disperata». Altri tatuaggi richiamano la fidanzata Camilla: «Ci siamo conosciute nello scorso luglio. Una sera. E boh, ho iniziato a cambiare dentro. Attenzione: per un pezzo con Camilla non ci sopportavamo, ci stavamo perfino antipatiche. Fin quando è scesa la magia».

Malika Chalhy, la sua storia

Quanta straziante tenerezza in questa ragazza che ha mobilitato anime e originato raccolte di fondi. «Un grazie infinito a ognuno, di cuore, ma sono abituata a mantenermi da sola. Se ci fosse la possibilità di un’occupazione serale, così da studiare di giorno, sarebbe perfetto. Programmi? Non ne abbiamo. Forse un viaggio, ma Camilla è impegnata in uno stage e quindi bisogna aspettare. Milano? La sto conoscendo piano piano: passeggiamo con Frank, queste cose qui. Capisco che possa sembrare l’assoluta normalità, ma a Castelfiorentino mia madre ripeteva: “Fai così tanto schifo e mi vergogno così tanto con la gente, ho talmente ribrezzo di te che non posso neppure camminare un minuto col cane e farmi vedere. E il cagnolino non usciva». Un domani? «Si tratta di mia mamma e mio padre… Come faccio a cambiarli? Io guardo avanti. Ero una bimba peperina e oggi sono una ragazza che ce la mette tutta, giuro. Per esempio, dico che mi piacerebbe dopo la laurea diventare un magistrato antimafia».

11 giugno 2021 | 07:41

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Fonte: https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_giugno_11/malika-chalhy-cacciata-casa-genitori-origini-fidanzata-milano-12585d0c-ca1f-11eb-9b8e-b9086462d45e.shtml

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