«Lui uccise Valentina»: la lettera che accusa l’esperto di allarmi e serrature


Non furono né il ritardo né l’assenza di una qualsiasi firma, quanto piuttosto l’esatta tempistica. Nel 1977, gli inquirenti ricevettero una lettera anonima relativa alla morte di Valentina Masneri, la stilista uccisa due anni prima nella sua abitazione di Porta Venezia, e in ordine cronologico penultima delle otto donne assassinate per le quali, da gennaio, il Corriere sta lavorando sull’ipotesi di un serial killer. In quella pagina scritta in stampatello, una persona sconosciuta faceva un nome attribuendogli il delitto: un certo Pino. All’anagrafe rispondeva a G.P., all’epoca aveva 29 anni (quattro in più di Valentina, sposata da poco e senza figli), viveva nell’hinterland e soprattutto era dipendente di una ditta di porte, serrature e sistemi d’allarme. Quella lettera, che abbiamo ora recuperato e letto, poteva anche essere un depistaggio, uno scherzo, un tentativo di diffamare un innocente, oppure avrebbe potuto fornire elementi forti in un’inchiesta che ancora non aveva imboccato una precisa direzione. E non l’avrebbe mai fatto essendo rimasto quello di Valentina un cold case, inserito nell’elenco delle altre donne ammazzate negli anni Sessanta e Settanta in città (Olimpia Drusin, Elisa Casarotto, Alba Trosti, Adele Margherita Dossena, Salvina Rota, Simonetta Ferrero, Tiziana Moscadelli).

Gli investigatori rintracciarono e interrogarono quel Pino il quale, avendo dalla sua la forte distanza temporale, disse di non ricordare dove si trovasse il giorno dell’omicidio e non fornì alibi. Difficile dargli torto, attaccarlo o eventualmente incastrarlo, data anche l’assenza degli odierni strumenti tecnologici. Ma non risultano comunque ulteriori approfondimenti anche perché, stando dentro le cose reali, non bisogna dimenticare il contesto storico. Il 1977 (dall’assassinio del vice-brigadiere Antonio Custra alla gambizzazione di Indro Montanelli) fu uno dei più difficili anni della storia d’Italia e di Milano. La quantità di eventi e la loro differente tipologia (oltre ai brigatisti c’erano i sequestratori della ‘ndrangheta e le bande criminali), obbligavano Procura, carabinieri e poliziotti a scegliere dove investire uomini e risorse. Sostenere il contrario oppure indignarsi appare un esercizio retorico. Fu così che Pino sparì presto dagli interessi investigativi (non abita più all’indirizzo allora menzionato, e i vicini non ci hanno fornito dritte per trovare lui o, se è deceduto, la famiglia, ma rimangono dei tentativi da fare). Eppure quell’uomo aveva un profilo interessante.

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L?ipotesi di un serial killer di Milano e le sette donne uccise: volti e storie

Una delle anomalie della maggioranza dei delitti (la medesima Valentina, poi Adele Margherita, Salvina, Tiziana), tutti avvenuti nelle loro abitazioni, riguardava l’ingresso del killer. Carabinieri e poliziotti che si erano occupati delle scene del crimine non avevano mai ravvisato sulle porte prove di una manomissione forzata. Quelle serrature erano state sempre aperte regolarmente. Dopodiché, esaminando lo specifico caso di Valentina, ci sono delle basi incontrovertibili che escludono, da parte sua, l’attesa il pomeriggio del 18 marzo di una persona nell’elegante appartamento di via Settala 57. Intanto di lì a poche ore sarebbe dovuta partire per la Germania con un volo da Linate. Era attesa da clienti a Francoforte per mostrare dei bozzetti. Aveva preparato la valigia, si era vestita (indossava jeans e maglietta), e sul cuscino del letto aveva lasciato un biglietto per il marito, fotografo e in quei momenti nel suo studio: «Buonanotte amore».

Valentina non aveva disdetto il volo e non aveva comunicato a due colleghi, che l’aspettavano in aeroporto, un cambio di programma. Insomma, stava per uscire di casa. Invece si fermò con il suo killer, che non uccise (come negli altri omicidi) per una rapina, poiché la collana d’oro della ragazza fu rinvenuta dove doveva essere, e nei locali gli agenti non isolarono alcuna azione furiosa e disordinata alla ricerca di soldi o gioielli. Sempre il caso di Valentina può generare ulteriori ragionamenti. L’assassino lasciò tracce di sangue sulle scale (risulta dalle carte delle indagini): dunque aveva delle ferite da arma da taglio, forse un pugnale, l’identico strumento di morte utilizzato in ognuno degli otto omicidi, provocate dalla mano che era scivolata sulla lama e determinata sia dalla forza di spinta, sia dalla resistenza della vittima. Uno scenario compatibile con un assassino inesperto. O forse no. L’insolito numero di lesioni (Valentina aveva ricevuto colpi a viso, torace, addome) potrebbe leggersi come uno spaventoso impeto di rabbia. Il killer, o il serial killer essendo analoghi gli altri decessi anche per la quantità delle ferite, non voleva soltanto ammazzare: voleva distruggere.

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18 agosto 2021 | 07:51

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Fonte: https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/21_agosto_18/cold-case-serial-killer-valentina-masneri-delitti-lettera-che-accusa-l-esperto-allarmi-serrature-5aa6a440-ffe6-11eb-8344-5725a069e6ae.shtml

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