Massimo Popolizio: “Do voce ai migranti sulla Route 66”

Epopea di un popolo in fuga lungo la Route 66 nell’America devastata dalla Grande depressione. Centinaia di migliaia di contadini del Midwest costretti da siccità e tempeste di sabbia a lasciare i campi dell’Oklahoma e del Kansas per cercare fortuna in California, che non si rivelerà terra promessa. Nato da un’inchiesta giornalistica per il San Francisco News, quindi diventato romanzo (uscì nel 1939, rilanciato l’anno dopo dal film di John Ford con Henry Fonda), ‘Furore’ di John Steinbeck resta probabilmente l’affresco più spietato dell’esodo di un popolo. Ad affrontarlo con tutto il coraggio che serve, nell’adattamento di Emanuele Trevi, arriva Massimo Popolizio, attore tanto più a suo agio quanto più la sfida è impegnativa (da stasera, al Piccolo Strehler).

Popolizio, non è un monologo, non è un reading. Come definirebbe questa impresa?

“Un’operina fuori catalogo. Ho un leggio davanti a me, anche se conosco il testo a memoria. Sono immerso nelle immagini, le foto di Dorothea Lange che accompagnavano il reportage di Steinbeck sul San Francisco News, con cui interloquisco. Soprattutto c’è la drammaturgia sonora dal vivo di Giovanni Lo Cascio, percussionista formidabile, che fa da contrappunto e non certo da sottofondo. Diciamo che è un oggetto teatrale abbastanza complesso”.

Anche da interpretare, si suppone.

“Faccio tutti i personaggi, mi moltiplico, sì. Sono un corpo voce che diventa orchestra, facendo vedere quello che dicono le parole. L’adattamento di Emanuele Trevi, che si è ricordato l’origine giornalistica di Furore, ha lasciato fuori le vicende della famiglia Joad, protagonista del romanzo, per privilegiare l’epopea, il racconto di questo gigantesco esodo che trasforma masse di contadini in migranti disperati”.

Oggi la Route 66 di Steinbeck potrebbe essere il Mediterraneo.

“In modo così evidente che non serve sottolinearlo. Non faccio teatro di narrazione, faccio teatro, punto. È un invito ad ascoltare qualcosa che viene dal passato mostrandoci con molta chiarezza il presente. C’è un passaggio che ogni volta mi colpisce. Steinbeck racconta di una famiglia che con mezzi di fortuna costruisce una roulotte e si mette ad aspettare sul ciglio della strada che qualcuno li traini fino in California. ‘Come si può avere un coraggio simile e tanta fede nel prossimo?’, scrive. Non è quello che ci chiediamo quando vediamo quei ragazzi buttarsi in mare senza nient’altro che un paio di calzoncini, una maglietta e un’enorme speranza?”.

Si torna dal vivo. Che effetto le fa?

“Non mi piace la retorica della riapertura simbolica. L’apertura dev’essere prima di tutto professionale. Dobbiamo essere all’altezza delle aspettative del pubblico, offrire qualcosa di alto, di importante. Assumerci la responsabilità vera di quello che facciamo in scena”.

Candidato ai Nastri d’argenti per ‘I predatori’ di Pietro Castellitto, su Amazon con Vinicio Marchioni è protagonista di ‘Governance’, nei mesi scorsi ha girato altri quattro film. E questo al cinema. In teatro sta lavorando all’adattamento di ‘M’ di Antonio Scurati.

“Il cinema è una grande scoperta e risorsa. Non dipende da te, sei una ruota di un ingranaggio complesso. Il teatro è un’altra cosa. Bisogna osare. Per portare M in scena ci vuole un po’ di incoscienza”. 

Fonte: https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/06/08/news/teatro_massimo_popolizio_furore_john_steinbeck-304813304/?rss

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